Consorzio di Gestione di Torre Guaceto

Le testimonianze archeologiche

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Le bellezze paesaggistiche e la floridezza degli habitat naturali che caratterizzano oggi i luoghi incantati della Riserva di Torre Guaceto, in un passato non troppo lontano, hanno portato l’uomo a scegliergli come ideali per viverci stabilmente. Questo per un periodo lungo almeno 2.500 anni.

Le più antiche evidenze archeologiche oggi note a Torre Guaceto si riferiscono all’età del Bronzo (II millennio a.C.), periodo nel quale il paesaggio era piuttosto diverso da quello odierno.

Le ampie zone palustri costiere erano caratterizzate dalla flora tipica di questo habitat (canne, giunchi, cannucce e cariceti) ed erano popolate da numerosi mammiferi di piccola taglia, da uccelli, rettili, anfibi, pesci e molluschi. Più all’interno, gli arbusti della macchia mediterranea, gli olivi selvatici e i boschi di querce ospitavano cervi, cinghiali e caprioli oltre a lupi, gatti selvatici e lepri.

I villaggi dell’età del Bronzo della Riserva sono oggi localizzati sul promontorio di Torre Guaceto e sui due Scogli di Apani, e nascono probabilmente alla fine del Bronzo Antico (XIX sec. a.C.) per poi stabilizzarsi nel Bronzo Medio (XVIII-XV sec. a.C.). Si tratta di villaggi difesi da grandi muri di fortificazione e costituiti da capanne realizzate con elementi lignei e vegetali e le cui pareti erano coperte da un intonaco d’argilla, all’interno vi erano spesso dei focolari a terra e fornelli d’argilla. L’artigianato era una delle principali attività dell’epoca e portava alla realizzazione di contenitori ceramici, di armi, utensili ed ornamenti in bronzo, e di numerosi altri oggetti in argilla, selce e pietre dure, osso, corno, avorio, conchiglie e ambra. L’economia si basava sull’allevamento, la pastorizia, la caccia, la pesca ed il commercio, sia via terra con le comunità vicine, che via mare con i mercanti Micenei.

Poco si conosce ancora riguardo alla presenza umana a Torre Guaceto in età Messapica (metà VII- metà III sec. a.C.), periodo durante il quale l’abitato sembra essersi spostato più all’interno e frammentatosi, si suppone, in piccoli insediamenti rurali.

Dopo la conquista romana, le aree costiere tornarono ad essere dei poli di attrazione. Tra III sec. a.C. e I sec. d.C. il livello del mare era almeno 2m più basso dell’attuale, il porto-canale di Torre Guaceto era in piena attività, come testimoniato dalla ceramica rinvenuta sul secondo isolotto (che doveva essere ancora unito al primo), e la rada a sud era ancora un’ampia piana paludosa delimitata da discontinui cordoni paralitorali che comprendevano il terzo isolotto e i due scogli di Apani. La via Appia Traiana, che correva immediatamente a monte dell’attuale area paludosa, portò l’inserimento dell’area di Torre Guaceto nella rete di traffici e commerci che collegavano le ville e gli insediamenti rustici dell’interno ai grandi complessi produttivi costieri (come quello delle fornaci di Apani alla foce dello stesso canale). In questa fase, Torre Guaceto si configurava quale “caricatore”, un punto d’imbarco funzionale alla raccolta della produzione di olio e vino dell’entroterra, ed alle attività produttive delle vicine fornaci: da qui chiatte o piccole barche portavano le derrate a Brindisi, da dove venivano imbarcate sulle grandi navi onerarie romane alla volta delle stazioni commerciali del Mediterraneo.

In età Tardoantica, tra V e VI sec. d.C., la rada di Torre Guaceto era ancora un approdo importante, e questo è possibile dedurlo perché sul terzo isolotto sono stati individuati i resti di una torre-faro (realizzata in grossi blocchi squadrati) che segnalava l’ingresso alla baia ormai invasa dal mare, e anche grazie alla presenza di un relitto coevo nelle acque immediatamente antistanti.

Nell’XI sec. Torre Guaceto era uno degli approdi prediletti dalle piccole e veloci feluche dei Saraceni provenienti dalla Turchia che, attratti dall’abbondanza di acqua dolce, vi si rifugiarono durante i saccheggi dell’entroterra costiero. L’importanza di questo porto è testimoniata dal geografo arabo Edrisi che nel 1.164 definirà Torre Guaceto col toponimo di “GAW SIT” che significa “il luogo dell’acqua dolce”. Numerosi sono i documenti che nel Medioevo attestano la continua attività, per lo più commerciale, del “picciol porto di Gaugeto” sia con gli Angioini, che poi con gli Aragonesi. La rada è per due volte almeno, nel 1482 e nel 1528, utilizzata dai Veneziani come porto sicuro dove ricoverare i vascelli per muovere all’attacco dei piccoli centri dell’interno (S. Vito e Carovigno) evitando così le difese del porto di Brindisi.

La necessità di presidiare questo importante approdo conduce gli Aragonesi alla costruzione nel 1531 dell’attuale torre di guardia (anche se una più antica esisteva già). Torre Guaceto entra così a far parte del sistema difensivo costiero contro le incursioni turche: le torri di avvistamento comunicavano tra loro attraverso segnali di fumo il giorno e di fuoco la notte, mentre acusticamente attraverso campane. In questo modo, i torrieri lanciavano l’allarme sia alle popolazioni dell’entroterra che si rifugiavano nelle torri e nelle masserie fortificate (Torre Regina Giovanna e Castello di Serranova), che ai grandi centri di comando del regno.

Dal ‘700 la rada diventò proprietà della famiglia Dentice di Frasso che ne conservava i diritti di caccia e di pesca, provvedendo nel 1915 al prosciugamento del canale e costituendone nel 1940 una riserva di caccia. Da questo momento in poi l’area non è più stata interessata dall’insediamento umano, se non per ragioni militari durante il secondo conflitto mondiale, mentre l’entroterra ha sempre conservato una forte tradizione agricola.

Il Centro Visite Al Gawsit

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Il Centro visite Al Gawsit è stato completamente rinnovato e aperto al pubblico nell’aprile 2016. Questo è situato nella borgata di Serranova, Carovigno, ad una manciata di chilometri dall’area protetta. Qui sono stati realizzati allestimenti con valenza storico-culturale e storico-archeologica, corner interattivi grazie ai quali gli utenti possono ricevere un’anticipazione virtuale delle risorse e delle specie presenti in riserva, oltreché delle attività che si possono svolgere al suo interno. Grazie ai portali messi a disposizione dell’utenza, il pubblico può visionare video ed una ricostruzione 3D del villaggio di Torre Guaceto nell’Età del Bronzo, oltreché visitare un’intera area in cui sono esposti reperti datati allo stesso periodo storico e rinvenuti nell’area della riserva attraverso scavi archeologici. Nella sala di proiezione 3D, l’utente può guardare ed ascoltare testimonianze inerenti importanti filoni della cultura popolare, come la pizzica, per mezzo degli stessi protagonisti delle tradizioni che oggi vanno perdendosi. Inoltre, c’è uno spazio completamente dedicato ai diorami sull’ambiente marino sommerso dell’Area Marina Protetta. E pannelli touch che forniscono all’utente sia le informazioni generiche sulla riserva, ché quelle specifiche circa i vari ambienti dell’area protetta.

La Torre Aragonese

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La torre di Guaceto, simbolo della Riserva, è la più grande delle cosiddette torri “a base quadrata vicereali” o “tipiche del Regno”; queste furono costruite in Terra d’Otranto durante il Regno di Carlo V a seguito dell’editto impartito nel 1563 dal viceré di Napoli don Pedro Afán de Ribera, Duca d’Alcalà, per difendere le coste dalle scorrerie dei Turchi.

La torre ha pianta quadrata con il lato di 16 metri e pareti a scarpata con ampie caditoie ad archetto in controscarpata ciascuna difesa da due archibugiere; tre caditoie sono sul lato mare, due sui lati Nord e Sud e solo una è sul lato di terra. Come spesso accade nelle torri vicereali un vano adibito a cisterna è ricavato nel terrapieno che costituisce il piano terra della struttura; una conduttura convoglia le acque piovane che si raccolgono sul terrazzo all’interno della stessa cisterna garantendo quindi un approvvigionamento idrico a coloro che costituivano il personale di guardia. L’ambiente unico voltato e di forma quadrata posto al primo piano ha i lati di 8 metri circa di lunghezza e conserva ancora il camino posto sulla parete del lato di terra.

La torre è posta presso l’estremità meridionale dell’omonimo promontorio di Guaceto ad una quota di circa 5 metri sul livello del mare; si tratta di una posizione strategica che consente di controllare la rada portuale riparata dai venti dei quadranti settentrionali e nella quale sfociano il Canale Reale e le acque sorgive che alimentano tutt’oggi gli stagni dell’ampia area paludosa retrostante. Da questa posizione la torre era in grado di comunicare visivamente non solo con le postazione costiere più prossime, e cioè Torre Santa Sabina (più a Nord) e Torre Testa (più a Sud), ma anche con Torre Regina Giovanna, Masseria Baccatani e il Castello di Serranova nell’immediato entroterra.

Torre Guaceto o Gausiti, come è noto più anticamente, è presente fin dal XII secolo nella cartografia e dal XIX secolo nella letteratura storico-geografica di Mavaro, Marciano, Profilo, Arditi, De Giorgi e nelle fonti documentarie di diversa provenienza. La zona di Torre Guaceto è considerata particolarmente preziosa per la presenza di acqua dolce nelle vicinanze, per la possibilità di sbarco e per la conformazione facilmente difendibile grazie ad una vasta palude che divide il promontorio dalla terra ferma. La zona è definita dal geografo musulmano Edrisi nel 1164 nel libro, Il sollazzo per chi si diletta di girare il mondo, “Gaw sit”, dalla radice “gau”, acqua dolce e “wadi”, fiume, canale, corso d’acqua. Qualche secolo dopo mons. Giovanni Carlo Bovio, arcivescovo di Brindisi, in occasione della visita pastorale del 1566 definirà questo luogo e la sua rada “Saracinopoli seu Guascito” a testimonianza quindi di una presenza araba nel territorio.

La descrizione della zona è spesso legata al piccolo ma comodo porto mercantile che ha garantito l’inserimento della rada nelle direttrici litoranee della Puglia adriatica e nel contesto della viabilità romana. Già dal Medioevo si trovano nelle fonti storiche ricorrenti seppur brevi e sporadiche notizie riferibili all’attività del porto di Guaceto e del territorio immediatamente circostante, specie in relazione sia ai diritti di utilizzo dello scalo e di riscossione dei tributi per le merci che vi transitavano che alla manutenzione della stessa torre di guardia.

La più antica di queste notizie risale al 1362 quando re Roberto d’Angiò, riprendendo un privilegio concesso venti anni prima dalla regina Giovanna, e per premiare la loro fedeltà alla causa angioina, concesse ai mesagnesi l’esclusiva facoltà di esportare vini, oli ed altri prodotti dalle rade di Santa Sabina e Guaceto, appartenenti alla dogana di Brindisi. Decreto, questo, ribadito poi nel 1407 da re Ladislao I e nel 1425 dalla moglie Maria d’Enghien. Ancora nel 1440 la stessa Maria d’Enghien, divenuta signora di Carovigno alla morte del marito, nello stilare l’inventario dei beni posseduti nel feudo con le relative entrate dovute alla Regia Corte, fa riferimento a “lo porto de Guascito”; lo stesso porto che nel 1463 Ferdinando I d’Aragona dichiara ancora appartenente al territorio di Mesagne.

È del 1482 invece la notizia (riferita dal Della Monaca) che i veneziani in guerra contro gli Aragonesi, dopo essere sbarcati nel “picciol porto di Gaugeto comodo ricetto a pochi legni, e di mediocre grandezza” con una flotta composta da sessanta navi armate di seimila fanti e duecento cavalli guidata da Francesco Marcello, avessero tentato l’assalto a San Vito e Carovigno dove vennero fermati dagli aragonesi di Pompeo Azzolino. I superstiti furono costretti ad indietreggiare proprio nel porto di Torre Guaceto dove, difesi dalle artiglierie dei vascelli, riuscirono a mettersi in salvo. Sulla scorta di tali avvenimenti storici, e alla luce dell’analisi della conformazione del porto di Guaceto, Giovanna III in una lettera del 1492 indirizzata al Regio Commissario Otrantino chiede che una squadra di militi a cavallo sia stanziata nella rada.

Proprio la presenza di acqua dolce e l’utilità del suo approdo furono caratteristiche che indussero gli aragonesi a presidiare la zona con una torre che forse esisteva già quando nel 1531 il marchese de Alarcon la pose a difesa di un’insenatura che era stata utilizzata dai veneziani nel 1484 e nel 1528 per sbarcare e attaccare la città evitando le difese che partivano dal forte di S. Andrea. Il viceré volle adattare le strutture esistenti affidando i lavori al maestro muratore Giovanni Lombardo di Brindisi. La torre entrava così a far parte del sistema difensivo dell’intera costa che si definiva attraverso torri di avvistamento costruite come fortezze abitate da soldati tutte tipologicamente conformi al modello voluto dalla Regia Corte nel 1563: a pianta quadrata, troncopiramidali, scarpate e munite di caditoie a controscarpa ed archibugiere, ad unico vano voltato all’interno e fornite di parapetto di coronamento. Infatti, tracce di presenze militari alla torre si rilevano da documenti notarili e cronache: nel 1567 Federico Pagliata, cavallaio della custodia di Guacito, riceveva come salario dal precettore 12 ducati ed ancora nella memoria di Cagnes e Scalese si specificava che nel 1595 Giovanni Antonio Solazzo Pizzutello di Brindisi rinunciava per le sua infermità alla “patente di artigliere della Torre di Guasceto” affidatagli dal capitano Vasches de Acunia. In realtà già nel 1569 in seguito all’ordine del vicerè Parafan de Ribera la torre del porto di Guaceto veniva elencata tra quelle da armarsi e veniva dotata di due pezzi di artiglieria. Si trattava di falconetti di bronzo inviati via mare da Napoli a Taranto e da qui a Lecce dove il notaio Pandolfi stipulò gli atti di consegna ai sindaci delle Università al cui territorio appartenevano le torri. Il 23 maggio 1599 l’amministrazione di Brindisi, rappresentata dal sindaco, Antonio Leanza, dall’auditore Giulio Cesare Baccaro, con la presenza del giudice regio Vincenzo Pitigliano, bandisce gare di appalto per il restauro delle torri marine di “Guasceto”, “della Testa”, “del Cavallo”. I lavori continuano nel 1654 quando viene corrisposta una nota spese al maestro Ferrante Agnone di San Vito dei Normanni per “l’acconcio della torre di Guacito”.

L’interesse che gli spagnoli hanno per la torre è testimoniato dall’unificazione delle cariche di castellano e “custode della torre di Guasceto” e dall’obbligo imposto alle Università di Latiano, San Vito e Carovigno di ospitare “un numero di cavalleria a custodia e guardia della marina di Serranova e Guacito, ciò in caso di invasione se li opponghi” in attesa dell’intervento della compagnia che ha presidio a Nardò. Già nel 1650 il privilegio di Ferdinando I d’Aragona viene prescritto dalla Regia Camera che dispone che da alcuni porti disabitati del Regno non si possono esportare merci per evitare il contrabbando. Ancora nel XVIII secolo l’Università di San Vito paga per le piombature dei cannoni a Torre Guaceto e per lavori di manutenzione. Dal Settecento poi la rada diventa proprietà della famiglia Dentice di Frasso che ne conserva i diritti di caccia e di pesca, provvedendo nel 1915 al prosciugamento del canale e costituendone nel 1940 una riserva di caccia. Oggi la cinquecentesca torre di guardia simbolo della Riserva Naturale dello Stato e Area Marina Protetta di Torre Guaceto è sede di un allestimento espositivo a tema storico-archeologico che offre ai visitatori un breve racconto di quanto accadeva in questo territorio in Età Romana, poco più di 2000 anni fa. Entrando nella sala al primo piano della torre ci si trova inaspettatamente dinanzi ad un’antica imbarcazione che la occupa quasi interamente e che è stata ricostruita in dimensioni reali in tutte le sue parti, albero e vela inclusi utilizzando la tecnica dell’epoca. Avvicinandosi ci si accorge che all’interno vi è un carico di anfore insieme a tutto quello che un vascello di questo tipo avrebbe potuto trasportare nel corso di uno dei suoi tragitti, come ad esempio le stoviglie contenenti cibo e bevande per l’equipaggio. Nel corso del II secolo a.C. alla foce del Canale Apani, al limite meridionale della riserva, vi era un’importante impianto per la produzione di anfore olearie e vinarie che a bordo delle navi onerarie in partenza dal porto di Brindisi raggiunsero tutti i principali scali del Mediterraneo. Imbarcazioni di piccole dimensioni come quella ricostruita all’interno della torre facevano la spola dall’impianto di produzione alle banchine di carico e scarico di Brindisi; il sito di Apani, e più in generale la rada di Torre Guaceto, erano un luogo ideale per un insediamento produttivo dal momento che questo tratto di costa è tutt’oggi ricchissimo di affioramenti di argilla ed offriva inoltre grandi quantità di acqua dolce vista la presenza sia del Canale Apani che, poche centinaia di metri più a Nord, del Canale Reale. Verso le fornaci ed il caricatore di Apani confluivano inoltre i prodotti di tutto quel sistema produttivo agricolo che in Età Romana caratterizzava la piana brindisina con numerose fattorie ed alcune ville rustiche che gravitavano perlopiù attorno al centro portuale, politico ed economico di Brundisium.

L’allestimento consente al visitatore di guardare (attraverso le finestre della torre) allo splendido paesaggio attuale di Torre Guaceto con un occhio che sia in grado di comprenderne le trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi millenni; un diorama propone infatti quello che doveva essere l’aspetto di questo tratto di costa attorno al V secolo d.C. quando il livello del mare era 2 metri circa più basso di quello attuale e quando su uno degli isolotti posti dinanzi alla torre c’era una torre-faro che segnalava alle imbarcazioni l’accesso più sicuro alla rada.

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