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20 giu 2011

Un pò di preistoria e storia



Le bellezze paesaggistiche e la floridezza degli habitat naturali che caratterizzano oggi i luoghi incantati della Riserva di Torre Guaceto hanno portato l’uomo in un passato non troppo lontano a scegliergli come ideali per viverci stabilmente per un periodo di almeno 2500 anni.
Le più antiche evidenze archeologiche oggi note a Torre Guaceto si riferiscono all’età del Bronzo (II millennio a.C.), periodo nel quale il paesaggio era piuttosto diverso da quello odierno.
Le ampie zone palustri costiere erano caratterizzate dalla flora tipica di questo habitat (canne, giunchi, cannucce e cariceti) ed erano popolate da numerosi mammiferi di piccola taglia, da uccelli, rettili, anfibi, pesci e molluschi.
Più all’interno gli arbusti della macchia mediterranea, gli olivi selvatici e i boschi di querce ospitavano cervi, cinghiali e caprioli oltre a lupi, gatti selvatici e lepri.
I villaggi dell’età del Bronzo della Riserva sono oggi localizzati sul promontorio di Torre Guaceto e sui due Scogli di Apani, nascono probabilmente alla fine del Bronzo Antico (XIX sec. a.C.) per poi stabilizzarsi nel Bronzo Medio (XVIII-XV sec. a.C.).
Si tratta di villaggi difesi da grandi muri di fortificazione e costituiti da capanne realizzate con elementi lignei e vegetali e le cui pareti erano coperte da un intonaco d’argilla; all’interno vi erano spesso dei focolari a terra e dei fornelli d’argilla.
L’artigianato era una delle principali attività e portava alla realizzazione di contenitori ceramici, di armi, utensili ed ornamenti in bronzo, e di numerosi altri oggetti in argilla, selce e pietre dure, osso, corno, avorio, conchiglie e ambra. L’economia si basava sull’allevamento, la pastorizia, la caccia, la pesca ed il commercio, sia via terra con le comunità vicine, che marittimo con i mercanti Micenei.
Poco si conosce ancora di ciò che riguarda la presenza umana a Torre Guaceto in età Messapica (metà VII- metà III sec. a.C.), periodo nel quale l’abitato sembra essersi spostato più all’interno e frammentatosi, forse, in piccoli insediamenti rurali; dopo la conquista romana, invece, le aree costiere tornano ad essere dei poli di attrazione. Tra III sec. a.C. e I sec. d.C. il livello del mare era almeno 2m più basso dell’attuale, il porto-canale di Torre Guaceto era in piena attività, come testimoniato dalla ceramica rinvenuta sul secondo isolotto (che doveva essere ancora unito al primo), e la rada a S era ancora un’ampia piana paludosa delimitata da discontinui cordoni paralitorali che comprendevano il terzo isolotto e i due Scogli di Apani.
La Via Appia Traiana, che correva immediatamente a monte dell’attuale area paludosa, portò l’inserimento dell’area di Torre Guaceto nella rete di traffici e commerci che collegavano le ville e gli insediamenti rustici dell’interno ai grandi complessi produttivi costieri (come quello delle fornaci di Apani alla foce dello stesso canale).
In questa fase, Torre Guaceto si configura come un “caricatore”, un punto d’imbarco funzionale alla raccolta della produzione di olio e vino dell’entroterra, ed alle attività produttive delle vicine fornaci: da qui chiatte o piccole barche portavano le derrate a Brindisi, da dove venivano imbarcate sulle grandi navi onerarie romane alla volta delle stazioni commerciali del Mediterraneo.
In età Tardoantica, tra V e VI sec. d.C., la rada di Torre Guaceto è ancora un approdo importante dal momento che sul terzo isolotto si sono individuati i resti di una torre-faro (realizzata in grossi blocchi squadrati) che segnalava l’ingresso alla baia ormai invasa dal mare, come dimostra la presenza di un relitto coevo nelle acque immediatamente antistanti.
Nell’XI sec. Torre Guaceto è uno degli approdi prediletti dalle piccole e veloci feluche dei Saraceni provenienti dalla Turchia che, attratti dall’abbondanza di acqua dolce, vi si rifugiano durante i saccheggi dell’entroterra costiero; l’importanza di questo porto è testimoniata dal geografo arabo Edrisi che nel 1164 definirà infatti Torre Guaceto col toponimo di “GAW SIT” che significa “il luogo dell’acqua dolce”.
Numerosi sono i documenti che nel Medioevo attestano la continua attività, per lo più commerciale, del “picciol porto di Gaugeto” sia con gli Angioini che poi con gli Aragonesi. La rada è per due volte almeno, nel 1482 e nel 1528, utilizzata dai Veneziani come porto sicuro dove ricoverare i vascelli per muovere all’attacco dei piccoli centri dell’interno (S. Vito e Carovigno) evitando così le difese del porto di Brindisi.
La necessità di presidiare questo importante approdo conduce gli Aragonesi alla costruzione nel 1531 dell’attuale torre di guardia (anche se una più antica esisteva già). Torre Guaceto entra così a far parte del sistema difensivo costiero contro le incursioni turche: le torri di avvistamento comunicavano tra loro attraverso segnali di fumo il giorno e di fuoco la notte, mentre acusticamente attraverso campane. I torrieri lanciavano così l’allarme sia alle popolazioni dell’entroterra che si rifugiavano nelle torri e nelle masserie fortificate (Torre Regina Giovanna e Castello di Serranova) che ai grandi centri di comando del regno. Dal Settecento la rada diventa proprietà della famiglia Dentice di Frasso che ne conserva i diritti di caccia e di pesca, provvedendo nel 1915 al prosciugamento del canale e costituendone nel 1940 una riserva di caccia. Da questo momento in poi l’area non sarà più interessata dall’insediamento umano, se non per ragioni militari durante il secondo conflitto mondiale, mentre l’entroterra conserverà sempre una forte tradizione agricola.


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