Consorzio di gestione di Torre Guaceto

Consorzio di Gestione di Torre Guaceto

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    La torre aragonese

    Al Gawsit, Guaceto, il luogo dell’acqua dolce. Qui dove le antiche popolazioni trovavano la vita e partivano per irradiare le ricchezze della terra in tutto il Mediterraneo, ancora oggi,  la torre aragonese custodisce e protegge la Riserva Naturale dello Stato e Area Marina Protetta della quale è il simbolo.

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    Area umida

    Creati dalla natura, distrutti dall’uomo, nutriti ed ampliati grazie ad una governance mirata, i chiari d’acqua sono fonte di vita e di salvezza, la baia sicura per le popolazioni migranti del cielo che qui trovano un luogo protetto in cui poter mettere al mondo i piccoli e riposare prima di riprendere il viaggio per la vita.

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    Centro Recupero “Luigi Cantoro”

    Troppo deboli per sopravvivere al mare, minacciate dall’uomo e dalle sue insidie, le tartarughe marine trovano la salvezza al Centro Recupero “Luigi Cantoro”, luogo di protezione e di rinascita, nel quale gli animali possono riprendere le forze prima di tornare alla vita vera, quella di esseri liberi.

La Torre Aragonese

La torre di Guaceto, simbolo della Riserva, è la più grande delle cosiddette torri “a base quadrata vicereali” o “tipiche del Regno”; queste furono costruite in Terra d’Otranto durante il Regno di Carlo V a seguito dell’editto impartito nel 1563 dal viceré di Napoli don Pedro Afán de Ribera, Duca d’Alcalà, per difendere le coste dalle scorrerie dei Turchi.

La torre ha pianta quadrata con il lato di 16 metri e pareti a scarpata con ampie caditoie ad archetto in controscarpata ciascuna difesa da due archibugiere; tre caditoie sono sul lato mare, due sui lati Nord e Sud e solo una è sul lato di terra. Come spesso accade nelle torri vicereali un vano adibito a cisterna è ricavato nel terrapieno che costituisce il piano terra della struttura; una conduttura convoglia le acque piovane che si raccolgono sul terrazzo all’interno della stessa cisterna garantendo quindi un approvvigionamento idrico a coloro che costituivano il personale di guardia. L’ambiente unico voltato e di forma quadrata posto al primo piano ha i lati di 8 metri circa di lunghezza e conserva ancora il camino posto sulla parete del lato di terra.

La torre è posta presso l’estremità meridionale dell’omonimo promontorio di Guaceto ad una quota di circa 5 metri sul livello del mare; si tratta di una posizione strategica che consente di controllare la rada portuale riparata dai venti dei quadranti settentrionali e nella quale sfociano il Canale Reale e le acque sorgive che alimentano tutt’oggi gli stagni dell’ampia area paludosa retrostante. Da questa posizione la torre era in grado di comunicare visivamente non solo con le postazione costiere più prossime, e cioè Torre Santa Sabina (più a Nord) e Torre Testa (più a Sud), ma anche con Torre Regina Giovanna, Masseria Baccatani e il Castello di Serranova nell’immediato entroterra.

Torre Guaceto o Gausiti, come è noto più anticamente, è presente fin dal XII secolo nella cartografia e dal XIX secolo nella letteratura storico-geografica di Mavaro, Marciano, Profilo, Arditi, De Giorgi e nelle fonti documentarie di diversa provenienza. La zona di Torre Guaceto è considerata particolarmente preziosa per la presenza di acqua dolce nelle vicinanze, per la possibilità di sbarco e per la conformazione facilmente difendibile grazie ad una vasta palude che divide il promontorio dalla terra ferma. La zona è definita dal geografo musulmano Edrisi nel 1164 nel libro, Il sollazzo per chi si diletta di girare il mondo, “Gaw sit”, dalla radice “gau”, acqua dolce e “wadi”, fiume, canale, corso d’acqua. Qualche secolo dopo mons. Giovanni Carlo Bovio, arcivescovo di Brindisi, in occasione della visita pastorale del 1566 definirà questo luogo e la sua rada “Saracinopoli seu Guascito” a testimonianza quindi di una presenza araba nel territorio.

La descrizione della zona è spesso legata al piccolo ma comodo porto mercantile che ha garantito l’inserimento della rada nelle direttrici litoranee della Puglia adriatica e nel contesto della viabilità romana. Già dal Medioevo si trovano nelle fonti storiche ricorrenti seppur brevi e sporadiche notizie riferibili all’attività del porto di Guaceto e del territorio immediatamente circostante, specie in relazione sia ai diritti di utilizzo dello scalo e di riscossione dei tributi per le merci che vi transitavano che alla manutenzione della stessa torre di guardia.

La più antica di queste notizie risale al 1362 quando re Roberto d’Angiò, riprendendo un privilegio concesso venti anni prima dalla regina Giovanna, e per premiare la loro fedeltà alla causa angioina, concesse ai mesagnesi l’esclusiva facoltà di esportare vini, oli ed altri prodotti dalle rade di Santa Sabina e Guaceto, appartenenti alla dogana di Brindisi. Decreto, questo, ribadito poi nel 1407 da re Ladislao I e nel 1425 dalla moglie Maria d’Enghien. Ancora nel 1440 la stessa Maria d’Enghien, divenuta signora di Carovigno alla morte del marito, nello stilare l’inventario dei beni posseduti nel feudo con le relative entrate dovute alla Regia Corte, fa riferimento a “lo porto de Guascito”; lo stesso porto che nel 1463 Ferdinando I d’Aragona dichiara ancora appartenente al territorio di Mesagne.

È del 1482 invece la notizia (riferita dal Della Monaca) che i veneziani in guerra contro gli Aragonesi, dopo essere sbarcati nel “picciol porto di Gaugeto comodo ricetto a pochi legni, e di mediocre grandezza” con una flotta composta da sessanta navi armate di seimila fanti e duecento cavalli guidata da Francesco Marcello, avessero tentato l’assalto a San Vito e Carovigno dove vennero fermati dagli aragonesi di Pompeo Azzolino. I superstiti furono costretti ad indietreggiare proprio nel porto di Torre Guaceto dove, difesi dalle artiglierie dei vascelli, riuscirono a mettersi in salvo. Sulla scorta di tali avvenimenti storici, e alla luce dell’analisi della conformazione del porto di Guaceto, Giovanna III in una lettera del 1492 indirizzata al Regio Commissario Otrantino chiede che una squadra di militi a cavallo sia stanziata nella rada.

Proprio la presenza di acqua dolce e l’utilità del suo approdo furono caratteristiche che indussero gli aragonesi a presidiare la zona con una torre che forse esisteva già quando nel 1531 il marchese de Alarcon la pose a difesa di un’insenatura che era stata utilizzata dai veneziani nel 1484 e nel 1528 per sbarcare e attaccare la città evitando le difese che partivano dal forte di S. Andrea. Il viceré volle adattare le strutture esistenti affidando i lavori al maestro muratore Giovanni Lombardo di Brindisi. La torre entrava così a far parte del sistema difensivo dell’intera costa che si definiva attraverso torri di avvistamento costruite come fortezze abitate da soldati tutte tipologicamente conformi al modello voluto dalla Regia Corte nel 1563: a pianta quadrata, troncopiramidali, scarpate e munite di caditoie a controscarpa ed archibugiere, ad unico vano voltato all’interno e fornite di parapetto di coronamento. Infatti, tracce di presenze militari alla torre si rilevano da documenti notarili e cronache: nel 1567 Federico Pagliata, cavallaio della custodia di Guacito, riceveva come salario dal precettore 12 ducati ed ancora nella memoria di Cagnes e Scalese si specificava che nel 1595 Giovanni Antonio Solazzo Pizzutello di Brindisi rinunciava per le sua infermità alla “patente di artigliere della Torre di Guasceto” affidatagli dal capitano Vasches de Acunia. In realtà già nel 1569 in seguito all’ordine del vicerè Parafan de Ribera la torre del porto di Guaceto veniva elencata tra quelle da armarsi e veniva dotata di due pezzi di artiglieria. Si trattava di falconetti di bronzo inviati via mare da Napoli a Taranto e da qui a Lecce dove il notaio Pandolfi stipulò gli atti di consegna ai sindaci delle Università al cui territorio appartenevano le torri. Il 23 maggio 1599 l’amministrazione di Brindisi, rappresentata dal sindaco, Antonio Leanza, dall’auditore Giulio Cesare Baccaro, con la presenza del giudice regio Vincenzo Pitigliano, bandisce gare di appalto per il restauro delle torri marine di “Guasceto”, “della Testa”, “del Cavallo”. I lavori continuano nel 1654 quando viene corrisposta una nota spese al maestro Ferrante Agnone di San Vito dei Normanni per “l’acconcio della torre di Guacito”.

L’interesse che gli spagnoli hanno per la torre è testimoniato dall’unificazione delle cariche di castellano e “custode della torre di Guasceto” e dall’obbligo imposto alle Università di Latiano, San Vito e Carovigno di ospitare “un numero di cavalleria a custodia e guardia della marina di Serranova e Guacito, ciò in caso di invasione se li opponghi” in attesa dell’intervento della compagnia che ha presidio a Nardò. Già nel 1650 il privilegio di Ferdinando I d’Aragona viene prescritto dalla Regia Camera che dispone che da alcuni porti disabitati del Regno non si possono esportare merci per evitare il contrabbando. Ancora nel XVIII secolo l’Università di San Vito paga per le piombature dei cannoni a Torre Guaceto e per lavori di manutenzione. Dal Settecento poi la rada diventa proprietà della famiglia Dentice di Frasso che ne conserva i diritti di caccia e di pesca, provvedendo nel 1915 al prosciugamento del canale e costituendone nel 1940 una riserva di caccia. Oggi la cinquecentesca torre di guardia simbolo della Riserva Naturale dello Stato e Area Marina Protetta di Torre Guaceto è sede di un allestimento espositivo a tema storico-archeologico che offre ai visitatori un breve racconto di quanto accadeva in questo territorio in Età Romana, poco più di 2000 anni fa. Entrando nella sala al primo piano della torre ci si trova inaspettatamente dinanzi ad un’antica imbarcazione che la occupa quasi interamente e che è stata ricostruita in dimensioni reali in tutte le sue parti, albero e vela inclusi utilizzando la tecnica dell’epoca. Avvicinandosi ci si accorge che all’interno vi è un carico di anfore insieme a tutto quello che un vascello di questo tipo avrebbe potuto trasportare nel corso di uno dei suoi tragitti, come ad esempio le stoviglie contenenti cibo e bevande per l’equipaggio. Nel corso del II secolo a.C. alla foce del Canale Apani, al limite meridionale della riserva, vi era un’importante impianto per la produzione di anfore olearie e vinarie che a bordo delle navi onerarie in partenza dal porto di Brindisi raggiunsero tutti i principali scali del Mediterraneo. Imbarcazioni di piccole dimensioni come quella ricostruita all’interno della torre facevano la spola dall’impianto di produzione alle banchine di carico e scarico di Brindisi; il sito di Apani, e più in generale la rada di Torre Guaceto, erano un luogo ideale per un insediamento produttivo dal momento che questo tratto di costa è tutt’oggi ricchissimo di affioramenti di argilla ed offriva inoltre grandi quantità di acqua dolce vista la presenza sia del Canale Apani che, poche centinaia di metri più a Nord, del Canale Reale. Verso le fornaci ed il caricatore di Apani confluivano inoltre i prodotti di tutto quel sistema produttivo agricolo che in Età Romana caratterizzava la piana brindisina con numerose fattorie ed alcune ville rustiche che gravitavano perlopiù attorno al centro portuale, politico ed economico di Brundisium.

L’allestimento consente al visitatore di guardare (attraverso le finestre della torre) allo splendido paesaggio attuale di Torre Guaceto con un occhio che sia in grado di comprenderne le trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi millenni; un diorama propone infatti quello che doveva essere l’aspetto di questo tratto di costa attorno al V secolo d.C. quando il livello del mare era 2 metri circa più basso di quello attuale e quando su uno degli isolotti posti dinanzi alla torre c’era una torre-faro che segnalava alle imbarcazioni l’accesso più sicuro alla rada.

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